Il castello di San Zenone e gli Ezzelini

Erat enim castrum Sancti Zenonis […] multum artificiose constructum, fundatum muris fortibus et munitum

 

Con queste parole lo storico padovano Rolandino, notaio e magister del XIII secolo, inizia la descrizione del castello di San Zenone, ultimo rifugio che Alberico da Romano, fratello del più celebre Ezzelino III detto il Tiranno, scelse per condurre la resistenza ad oltranza contro le truppe guelfe che avevano scatenato contro di lui una crociata nel 1260. Ezzelino III era morto l’anno precedente, mentre si trovava rinchiuso nel castello di Soncino, nel cremonese, in seguito alla sconfitta subita nella battaglia di Cassano d’Adda, disfatta che portò alla morte colui che fu il signore incontrastato della Marca Trevigiana per oltre trent'anni.

 

Ben prima della sua morte, Ezzelino III aveva tuttavia intuito che la fortuna avrebbe potuto voltargli le spalle, soprattutto dopo la morte nel 1250 dell’imperatore Federico II, di cui Ezzelino era vicario e di cui aveva sposato la figlia Selvaggia. Difatti, Rolandino afferma che dieci anni prima del 1260, Ezzelino avesse costretto «non solo le città della Marca […] ma quasi tutti i villaggi e i castelli, a costruire e rafforzare» il castello di San Zenone, fino ad allora roccaforte utilizzata come luogo di prigionia per gli avversari politici. Le enormi spese sostenute e il gigantesco impegno di uomini e materiali impiegati nella realizzazione della fortezza fecero sì che il castello di San Zenone risultasse un baluardo inespugnabile, una fortificazione che avrebbe atterrito i nemici e offerto valido rifugio a Ezzelino e alla sua famiglia.

Non si tratterebbe solamente di retorica letteraria, frutto della penna di Rolandino: i pochi resti archeologici finora individuati permettono di intuire la straordinarietà del castello sia nella sua grandezza, sia nelle tecniche innovative di costruzione, probabilmente dovute allo scambio di maestranze tra Ezzelino III e l’imperatore Federico II. Le dimensioni dovevano essere enormi, tanto da costringere la popolazione del borgo di San Zenone, che fino ad allora occupava le pendici della collina dell’odierna Sopracastello, a trasferirsi in pianura.

 

Dotata di ambienti sotterranei e di forti mura concentriche, l’intera struttura difensiva del castello di San Zenone era imperniata attorno all’alta torre, definita da Rolandino ardua et fortissima et inexpugnabilis quasi, tanto da spingere lo storico a paragonarla alla biblica torre di Babele. A completamento delle strutture difensive vi erano le armi ossidionali – petriere e baliste – oltre che il completo vettovagliamento idoneo a sostenere un assedio. Il castello di San Zenone si configurava dunque come il centro nodale della difesa e del dominio dell’intero comitato trevigiano da parte della famiglia dei Da Romano: «molti infatti dicevano che il castello di San Zenone tutta la Marca poteva assoggettare», commenta allarmato Rolandino.

 

 

La solidità e la robustezza delle mura del castello emergono in tutta la loro drammatica concretezza nell’assedio che Trevigiani, Padovani, Vicentini, Veneziani e il marchese Azzo d’Este posero nel 1260 al castrum di San Zenone, dove si trovava Alberico da Romano, la sua famiglia e la guarnigione di soldati Theotonici. Nonostante reiterati assalti e l’utilizzo di numerose e diverse macchine d’assedio (trabucchi, petriere, baliste, etc.), le truppe della coalizione veneto-papale riuscirono unicamente a devastare il contado circostante, senza portare un reale danno alla fortificazione ezzeliniana. Tuttavia, alla fine le forze guelfe ebbero la meglio, anche se le fonti dell’epoca divergono sulle cause della caduta del castello: Rolandino afferma che fu un certo Mesa, enzignerus et magister del castello, a tradire Alberico ed a far sì che le truppe nemiche conquistassero la cinta esterna della fortezza, mentre il più tardo Albertino Mussato sostiene che gli assediati opposero scarsa resistenza in quanto colpiti dalla fame e atterriti dalla paura alla vista dell’enorme esercito nemico. La conquista del castello di San Zenone ebbe un tragico epilogo per la figura di Alberico e per tutta la sua famiglia, vittima della spietata vendetta da parte degli assedianti: la moglie e le figlie furono bruciate vive, mentre i figli furono fatti a pezzi di fronte al padre, a sua volta mutilato e smembrato.

 

Della maestosa e terribile fortificazione di Ezzelino III oggi rimane ben poco: dopo la conquista il castello fu distrutto e le macerie furono utilizzate come cava di materiali da costruzione; la sommità del colle sulla quale si ergeva la possente torre fu inoltre spianata nel corso dell’Ottocento per poter edificare l’attuale Santuario della Madonna della Salute. La piccola torricella che si staglia salendo verso la chiesa è molto probabilmente il campanile della chiesetta che serviva l’antico cimitero. Poco vicino si trova invece la cripta medievale, unico ambiente conservatosi di quel castello che «tutta la Marca poteva assoggettare».

 

Leonardo Sernagiotto

Francesco Hayez, Alberico da Romano si dà prigioniero con la sua famiglia al marchese d’Este (1845-1850)