Lettera ad un amico

di Nadia Berti

Ouagadougou, Agosto 2013 Ciao Silvia, non sai quanto avrei voluto darti mie notizie in questi giorni, ma come sempre la connessione non funziona. Ora ho solo voglia di scrivere, sperando che tu riceva presto questa lettera. Sto per salutare Ouaga, domani partirò per Venezia. Lasciare una terra che si conosce appena impasta la bocca del sapore agrodolce della malinconia. Voglio ricordare le immagini che ho impresso dentro di me la prima volta che vi sono arrivata: le biciclette cariche di galline appese a testa in giù che ricamano la terra morbida, una vecchia ruota che cerca il suo equilibrio guidata dalle spinte precise di un gruppo di bambini, i carretti tirati dai muli, carichi della spazzatura raccolta per le strade. Solo ieri stavo attraversando il Burkina, dal Sourou al centro del Paese: guardavo fuori dal finestrino dell’autobus e non riuscivo più a distinguere le immagini oltre il vetro da quelle che mi attraversavano i pensieri. Forse sono già divenute ricordi. La pioggia caduta nella notte ha lavato via anche le ultime timidezze: l’erba che esitava a vestire di fresco l’aridità del suolo ha abbandonato ogni timore per la calura impietosa. E’ la stagione del mais, che si erge scomposto come volesse raccontare la storia di chi l’ha seminato: campi ricoperti di steli alti e rigogliosi umiliano le parcelle vicine, quasi calve di colture. L’acqua non può arrivare lontano, se le tasche sono vuote. Un esercito di libellule e zanzare danza sulle risaie: tra poco avrà inizio la raccolta. Da ogni casa sale un fumo bianco e denso che si mescola all’odore deciso della salsa preparata con foglie d’oseille e di burro d’arachidi, al profumo di pollo appena spennato, di pesce grigliato, di the alla menta. Il tonfo regolare del bastone di legno sul mortaio rimbalza da una parete all’altra del villaggio e da qualche parte un mestolo paziente rimescola in silenzio il tô. Ma ora sono qui, lontana dalla campagna al confine col Mali, di nuovo in capitale: un grande villaggio in crisi adolescenziale! Ho preso la bici, per salutare i quartieri che più ho amato di questa città: clacson prepotenti invadono la strada, tra le corse dei bambini e le chiacchiere delle donne. Ho pensato a domani: volando su ali di metallo chiuderò gli occhi, salutando questa terra ostile ed ospitale al tempo stesso, dove l’essere bianco mette un filtro ai gesti e alle parole e non sempre misura equamente le relazioni. Città, villaggi, etnie differenti, dove il mio nome ha preso tanti significati. Rocce, sassi, manghi, plantain. Terre di confine. Su ali di metallo volerò lontano da questa terra che conosco appena. E forse domani il sapore agrodolce della nostalgia si mescolerà alla voglia di sentirmi meno straniera. Ti abbraccio forte, Nadia