Lettera ad un amico

di Lucio De Bortoli

10 Novembre 1918

Carissimo Monsignore

Sono arrivato da poco a casa. Il viaggio è stato lungo e faticoso, ma ci siamo fatti compagnia. Lei mi ha tenuto la mano per tutto il tempo e ha guardato spesso dal finestrino senza parlare mai. Guardava verso sud, forse cercando di immaginare il posto in cui la stavo portando. La Bassa Italia, come dite voi. Mentre io guardavo lei che guardava dal finestrino cercavo di capire che cosa pensasse di me e di quello che stava facendo. E quando siamo finalmente arrivati a Napoli Centrale ho dovuto dirle più volte che era ora di scendere, che eravamo arrivati a Napoli; lei mi guardava stupita e sembrava non comprendere di essere arrivata;  anzi si capiva che avrebbe voluto rimanere sul treno e che il viaggio continuasse. Allora l’ho presa per mano e l’ho condotta piano attraverso la carrozza. Quando siamo scesi in mezzo alla gente e al trambusto, la sua mano si è stretta ancor più forte alla mia e finalmente abbiamo guadagnato l’uscita lasciandoci la stazione alle spalle.

Monsignore, Vi racconto tali dettagli perché credo Vi conforterà sapere che non c’è mai stata in lei finzione e tanto meno opportunismo. Posso dire di aver avuto ragione nel giudicarla; almeno quanta ne avete avuta Voi nel comprendermi. E di questo Vi ringrazio ancora. 

Non è stato facile, né per Voi, né per me, accettare che una condizione possa produrne un’altra. Ma, forse perché abbiamo visto in questi mesi la disperazione e la morte frequentare senza posa le nostre giornate, possiamo, anche per questo, capire la semplicità dei doni che la vita ci offre tra tante lacrime. La medesima semplicità con la quale mi ha confessato ciò che sappiamo del suo meretricio è la stessa che segna il suo essere orfana senza identità alcuna che possa valere per i nostri timbri. 

Ma, bando alle chiacchiere. Le scrivo soprattutto per due ragioni. 

La prima è un pro memoria. Mi scriva, se può, ogni tanto. Impedisca che in me possa perdere vigore, col tempo e l’usura morale, la forza di volontà e la pietà che ho cercato, in questi mesi difficili, di esercitare a favore di un prossimo che non conoscevo e che mi ha salvato l’anima. La seconda è più prosaica, ma è strumento della prima: capo qualche giorno, le spedirò a mezzo posta il diario. Negli ultimi giorni del mio soggiorno da voi ho cominciato a trascrivere copia del mio scartafaccio che mi portavo sempre dietro e che ricorderete senz’altro per le celie che vi ispirava; è un’operazione che ho continuato pure in treno e che terminerò tra poco. 

Gliene faccio omaggio anche perché trovo emozionante combattere il tempo e la morte. Lo so, è l’eterna illusione umana di poter continuare a vivere per procura. 

Voglia perdonarmi Monsignore per tanta supponenza, ma, come lei ben sa, gli uomini, in fondo, solo quello che sono anche a causa delle loro presunzioni.

Suo Obbligatissimo e devotissimo

Vincenzo Merricone

 

[Capitano e Avvocato Vincenzo Merricone, da Napoli, a Monsignor Furlan, Prevosto di Montebelluna all’indomani della conclusione del suo incarico di Commissario Prefettizio a Montebelluna dal Novembre 1917 all’Ottobre 1918]