Lettera ad un amore

di Annalisa Pistoia

LETTERA A SERGEJ

 

Quando sarò più vecchia e più stanca mi chiederò se è valso qualcosa dedicare tutta la mia vita a questo amore. Guarderò le tue fotografie, leggerò tutte le lettere che ti ho scritto e che non ho mai avuto il coraggio di spedirti. Troppo intrise di quell’amore malato, come lo definivi tu, che non mi faceva vivere. Inseguirti è stato come anelare qualcosa all’infinito senza raggiungerlo mai. Una caccia alla volpe perenne. Avrei voluto essere io quella volpe. Sentire cosa sentivi tu mentre t’inseguivo, Sergej. Avrei voluto dirti: «Fermati qui con me» ma non te l’ho detto mai, se non con le lacrime, quando partivi per tornare da lei. 

Certe volte mi guardi, e sento i tuoi occhi scavare nelle mie rughe a cercare Dio solo sa cosa, come se il mio volto non fosse che una delle tue terre, solcate dall’aratro dei tuoi contadini. So di non essere nient'altro che la tua vecchia amante, colei a cui ti doni con i tuoi istinti più selvaggi e più veri, senza remore, senza vergogna. In qualche modo, mi dico, devi pur amarmi.

Ho corso. Ho corso così tanto stamattina, nel parco, come una ragazzina sciocca. 

Faceva freddo ma volevo vederli tutti i colori del nostro autunno perenne, dell'amore agli inizi, quello non ancora malato, di noi giovani, malinconici e romantici. Avevo voglia di sentire l'odore degli abeti, dei ginepri, del muschio, dell'erba bagnata. Quell'odore che è solo tuo, e di nessun altro. Allora ho chiuso gli occhi: i tuoi innamorati, sorpresi, spaventati, arrabbiati mi hanno guardata ma non hanno scavato più nelle mie rughe. Sono stata felice di averli ritrovati così. 

Chissà come ti sarei sembrata, scarmigliata e sudata, nella mia vestaglia cremisi a giocare sulla riva del lago a piedi nudi, come se fosse stata piena estate. Il contatto con l'acqua m'intirizziva e il freddo mi saliva lungo le gambe, le braccia, il cuore, il cervello. Era come smettere di pensare, più che dormire, dondolare in un limbo di non dolore. 

Sono malata, Sergej, avevi ragione tu. Sono malata di un amore malato, quello che provo da sempre per te. Ora che me ne sto qui, con un braccio che dondola lungo la vasca e l'inchiostro che si sparge su questo foglio, riesco a sentirlo bene il mio tormento.  

Il giorno del tuo matrimonio eri felice, Sergej Vasil'evič Sharapov.  Dev'essere stato questo ad uccidermi.  L'hai guardata come hai guardato me la prima volta a Mosca. Da quello sguardo mi lascio cullare prima di lasciarmi andare a quella morte che ho nel cuore da quel giorno.

Non c'è più caccia alla volpe. Non t’inseguo più, Sergej.

«Fermati qui con me.»

Sarà questo il tuo tormento, domani?

                                                                                                    Tua per sempre, Sonya Krasil'nikova