Lettera ad un amore

di Mario Angelo Carlo Dotti

Vorrei poterti chiedere come stai, dopo due anni che sono uscito dalla nostra casa di Vasto sbattendo la porta. Non mi sento in diritto di scrivere “Ciao” e il tuo nome. Lo ripeto nel pensiero ogni minuto, come dalla prima volta. Ho un lago nero giù nello stomaco dove prima c'era quel dolore che, dicevi tu, era come avere una corda, grossa quanto le gomene che trattengono le navi, incollata al fondo delle viscere e che tirava, metro dopo metro, mentre mi allontanavo per tutti quei novecento chilometri che ci separavano e che faceva male da piangere, male da gridare, male da desiderare di morire, tutte le volte in cui dovevamo salutarci e tornare alle nostre rispettive vite. Vorrei solo saperti felice o almeno essere certo che di noi non ti sia rimasto il peso della rabbia. Da due anni non ti sento ma non potrei andarmene da questo mondo lasciandoti dentro un tetro sentimento, tu che mi hai amato tanto, tu che mi respiravi, tu che mi hai riconosciuto dalla prima volta che mi hai visto. Perdonami, se puoi: ho pensato di darti ciò che volevi, senza capire perché, ma forse era altro ciò che avrei dovuto capire. Giocata e persa nel mio errore, non ho più una vita da barattare in cambio del poterti stringere la mano perché tu possa contare su di me come un amico di cui poterti fidare. Ti avevo giurato che non sarei mai andato via, che non avrei creduto a quello che avrebbero sentito le mie orecchie o visto i miei occhi, che avrei attraversato mille inferni pur di trovarti, che per te ci sarei stato sempre. Due anni di silenzio adesso e adesso devo dirti che non c'è stato un giorno in cui non sei stata nei miei pensieri ed è così, sempre uguale, da quando mi guardasti la prima volta, quel giorno alle pendici del Gran Sasso, quando faticavo a tenere lontani gli occhi dal sole sulle tue spalle e ogni volta che il mio sguardo le sfiorava tu sembravi sentirlo e ti giravi a guardarmi, con quel sorriso dolce, tanto dolce da illuminare un universo. Quante volte pensandoti nella tua casa io, nel mio letto separato dal tuo da tutti gli Appennini in lunghezza, avrei scalato la notte per poggiare il viso sul tuo grembo, fra i tuoi fianchi ampi di splendida mamma e lì rimanere per sempre. Non so se ho voluto darti quello che sembravi chiedere oppure sono andato via per difendermi. Non so se ho cercato davvero di non pensarti o se così ti ho sempre pensata, consapevole forse solo del sogno, da cui non mi sono mai svegliato, che anche tu non hai mai smesso di pensarmi, in silenzio, imponendo a te stessa di non farti sentire, allo stesso modo in cui, mi rendo conto, ho fatto io. Due anni, così, dopo averti chiusa fuori senza concludere neppure con un “perdonami se puoi”. Non credo che risponderai a questa lettera. Dopo tanto, dovrei avere io il coraggio di venire da te, ad aspettarti sulla piazza di Santa Maria, attendendo che sia tu ad avvicinarti, come tu facesti con me. Non credo che tutto possa starci, in una lettera. Non può stare da nessuna parte quello che mi hai dato e che non ho potuto ricambiare e io scoppio per non poterlo contenere. Quante volte ormai ho fatto il tuo numero di nascosto solo per sentire la tua voce, immaginare il tuo sorriso, sapere che sei viva, che sei davvero esistita. Non spero che tu risponda a una lettera scritta con l'invisibile, sciocco inchiostro delle lacrime. Non credo che leggerai questa lettera. Non credo che la leggerai, la lettera che neppure ho mai avuto il coraggio di spedirti.