Lettera ad un amore

Di Clara Kaisermann Giacomuzzi

Mio diletto, mio adorato, ti guardo mentre dormi, piccolo e rannicchiato, come un bimbo nel grembo di sua madre, come un piccolo seme avvolto dalla terra, come un minuscolo insetto intrappolato dentro la dura pietra d’ambra. E se passo la mano sopra i tuoi capelli ispidi, se chiudo gli occhi, davvero ti posso immaginare come un piccolo riccio. Fuori tutto aculei, per il mondo, dentro tutto morbido, caldo e accogliente, per me che non sono tutta la gente. Ma dimmi: quando è stato, mio tesoro, che hai messo il fermaglio al tuo sonno? Cos’è che non vuoi più vedere? Chi non vuoi più sentire? Dentro questo letto che è per te come una tana, sembri attendere come un uccellino che arrivi presto il mattino per poter di nuovo, al primo vibrare d’aria, scappare via, fuori, nel cielo, con un volo d’allodola saettante. Ti sfioro fugacemente il viso con le mani, ed ecco, le tue labbra si muovono appena, come l’acqua di uno stagno vibra al curvarsi delle canne. Hai sentito pattinare le mie mani sul tuo viso come libellule sull’acqua? O forse ti stavi ricordando in sogno proprio di noi, davanti al lago, dentro il riverbero dorato di sole, nelle resinose ore del tramonto, di noi, giudiziosi come bambini a tentare di non farci domande, a chiederci di non dare risposte? Io sono qui, io ci sono. Mi mancherebbe troppo il non esserci. Ho talmente tante cose da dirti che ti devo parlare anche in silenzio mentre tu riposi. Intingo le dita dentro la bocca e uso le rughe della tua fronte come righe di un quaderno, per scrivere tutti i nomi dei fiori cui assomigli, i titoli di tutte le canzoni che sai evocare dentro di me, e con piccoli baci intensi asciugo le macchie di tristezza. Ecco ora, ti sei voltato, ed io mi devo trattenere dall’accarezzarti ancora. Non lo farò, non voglio che tu ti possa svegliare. E’ così dolce poterti avere tutto per me, è così bello poter appoggiare il mio sguardo su ogni centimetro della tua pelle, senza dover arrossire per la bramosia che sempre susciti in me, per la voglia di abbracciarti, baciarti e tenerti stretto. Eccole lì, le piegoline sul collo, come di un’immaginaria camicia stirata di fretta; è lì che io di solito appoggio le mie labbra appena t’incontro, per rubare subito un po’ del tuo odore di buono, per dipanare il filo d’ansia che ho annodato nell’attesa. E lì il nido dove dorme la chiave di violino che dà il la a tutto lo spartito della musica che andiamo a suonare insieme….E che finisce sempre con: ti voglio bene….Ecco, ora un’onda di tenerezza mi travolge, accomodo il mio sonno accanto al tuo, ma non  riesco a dormire. Mi travolge un desiderio immenso di appoggiare il mio capo dentro il tuo petto, a farmi perla perché tu come un’ostrica mi possa di nuovo accogliere, ancora una volta, e ancora, e ancora Ecco, vedi? Ora sorrido, e mi sembra che anche tu sorrida. Chissà se i tuoi sogni sono come i miei: piccoli, nudi, come piedi di bambina. Mi arrivano alla mente tante parole per te, vorrei scriverle, ma rimango qui; attenderò che il letto sia tiepido per andare via. Attenderò che il letto sia freddo per tornare ancora una volta da te. Perché l’alba mai ci ha visto svegli insieme. Perché la luna, che è mia amica, mi racconta di come ogni notte ti guarda per me. E’ cruda questa nostalgia, come un abbracciarmi da sola, ma è lei che mi guida ogni notte a dirti: buona notte tesoro, dormi bene.