Lettera ad un figlio

di Stefania Sbolli

Amore mio, 

ogni giorno che passa cresce, assieme al pancione, il mio senso di colpa per aver scelto per te il padre sbagliato. Dopo una vita ad aspettare la persona giusta, un giorno mi sono spazientita e ho immaginato un futuro idilliaco tra le braccia di un ragazzo che mi era sembrato il più bel regalo che la vita potesse farmi. E che con parole dolci ed occhi lucidi mi aveva parlato di te, convincendomi di desiderarti davvero. Non c’è nulla che possa farmi dimenticare la sensazione che ho provato quando invece ho capito che un figlio a lui serviva per incatenarmi a sé per sempre, rendermi madre per annullare la mia essenza, per costringermi a mettere in secondo piano la mia personalità, le mie ambizioni, i miei talenti. Nel mio ultimo istinto di donna, ho percepito quell’angoscia che -immagino- senta un pesce appena catturato in un oceano, consapevole di essersi completamente fidato di quel verme che sembrava solo un ottimo pasto ma che nella realtà si è rivelata un doloroso amo d’acciaio. Quel minuto interminabile nel quale è trascinato fuori dal suo mare per poi essere sbattuto su un pavimento di una barcaccia, inerme, con la speranza che tutto sia solo un bruttissimo sogno. La libertà di quel pesce non dipende più dalla sua volontà, in pochi istanti tutto cambia, non servono più a nulla le sue pinne, le sue branchie, i suoi occhi vivaci… un pescatore qualunque deciderà della sua vita: staccare l’amo e rigettarlo in mare, oppure aspettare che muoia di stenti. In entrambi i casi, il pesce può solo subire, perché la cosa che sa fare meglio -nuotare veloce- fuori dal suo mare non la può fare. In questo momento io mi sento come lui: lontana dall’acqua e con un amo conficcato in gola. Certo l’errore è stato mio, mi sono lasciata conquistare da quell’esca, mi sono fidata e non ho valutato il rischio che stavo correndo. Diverso sarebbe ora, se avessi davanti ancora quella scelta da fare. Ma ormai sono sulla barca, con te nel grembo, e dopo essermi dimenata e aver lottato per cercare di ricadere in mare adesso sono immobile, stremata e psicologicamente distrutta. Non so se sto aspettando che qualcuno stacchi l’amo oppure se sto sperando che la barca si rovesci; o se sto pregando che il pescatore ci ripensi, o che una tempesta si abbatta su questa situazione e ci porti alla deriva. Di sicuro non mi sento libera di essere quella che sono, vivo in un compromesso generale che impedisce ogni mia espressione; misuro le parole, i gesti, i sorrisi e respiro solo ogni tanto, perché ricordarmi di essere viva fa solo male. Vorrei che rimanessi per sempre qui dentro al sicuro, tesoro, ma presto nascerai ed io dovrò guardarti negli occhi per inseguire il tuo perdono. Ci aspetta una vita impegnativa, io nel costante tentativo di sopperire alle mancanze che già adesso sembrano scritte, e tu nel persistente sforzo di comprendere gli errori che commetterò. Sarà difficile provare a bastarti, soprattutto perché oggi non mi riconosco più da nessuna parte, e prego perchè un giorno io possa tornare ad essere me stessa per farti conoscere quella che sono davvero. Che poi pregare non è che serva poi a molto, forse dovrei ripetere con la mente la strada che mi ha portato fin qui, per recuperare quei pezzettini di me persi lungo il tragitto come quando, dopo aver perso un braccialetto, si ripercorre il sentiero guardando per terra. Dovrei rimettermi a camminare alla ricerca di brandelli calpestati di una pelle che io per prima, faticherei a ricucirmi addosso. 

Sono stata ferita, amareggiata e tradita come donna, ma mi sento incolume come madre: l’amore per un figlio supera l’amore verso se stessi, e la mia vita ripartirà da qui. Insieme a te. 

Stefania Sbolli